È da un po’ che non scrivo, ma d’altronde nelle ultime due settimane e mezzo ho avuto davvero poco tempo libero causa tre parziali… Al contempo ho però qualcosa di davvero divertente da raccontare.
È lunedì pomeriggio (il 26 maggio), ultima ora, lezione di elettrotecnica del prof Borghi. Piccola retrospettiva: Borghi è un tipo davvero tutto particolare, alto, magro, assolutamente svampito. In questo momento, invece che iniziare a spiegare i sistemi trifasi, si è misteriosamente messo a parlarci del fatto che l’anno prossimo, per quelli del primo anno, Ingegneria Elettronica e Ingegneria delle Telecomunicazioni saranno un unico corso di laurea. Chissà perché, Borghi ha ritenuto opportuno, per spiegare meglio, non stare né in piedi né seduto su una banale sedia: molto meglio sedersi sulla cattedra, no? D’altronde è abitudine di parecchi insegnanti.
Peccato che il piano della cattedra in questione, quella dell’aula 5.7, non sia fissato molto solidamente al piede della cattedra; anziché esserci qualche vita a tenere unite le due parti, c’è probabilmente qualcosa come della colla. Comunque sia, il peso di Borghi, che a occhio non sembrerebbe eccessivo visto la sua corporatura, è sufficiente a staccare il piano e a far inclinare la cattedra di una trentina di gradi. Ma Borghi, che è un ottimo equilibrista, non cade subito: per un secondo circa, quello stesso secondo in cui Borghi si accorge che qualcosa sta andando terribilmente storto, la cattedra rimane in equilibrio in quella buffa posizione. Poi il magico equilibrio si rompe, e Borghi rovina a terra con una specie di capriola laterale, cadendo prima sul gradone su cui si trova la cattedra e poi giù pure da quello, a pochi centimetri da uno spigolo metallico, mentre la cattedra si riposiziona con un boato.
In aula si fa il silenzio. La scena è tremendamente buffa, di sicuro, però nessuno sa se il prof si è fatto male. In molti (tra cui il sottoscritto) si vedono già quasi a chiamare un’ambulanza, perché Borghi non è proprio uno che ti da l’idea della resistenza fisica: a vederlo è proprio fragilino. Mentre qualcuno si alza e gli chiede come sta, lui tranquillo tranquillo si alza, dice “credo bene”, e poi si mette subito a guardare il suo portatile (che sembrava a posto, a parte il fatto di essere aperto a 180°) senza più preoccuparsi di se stesso.
A questo punto, scampato il pericolo, il lato ilare della faccenda esce con prepotenza. Il problema è che non si può ridere in faccia a questo poveretto, quindi bisogna soffocare le risate, e si sa, questo non è facile… specie se si è in tanti. E allora si susseguono trenta minuti, non scherzo, proprio mezz’ora, di continue risatine soffocate, mascherate, dissimulate, trasformate in tosse, starnuti, strani movimenti. Per Stefano, giusto davanti a me, smettere di ridere è praticamente impossibile: tossisce, suda, diventa rosso come un pomodoro a forza di reprimere il salutare istinto alla risata. E anche per me non è proprio facile, visto che ogni volta che riesco a smettere per un attimo, vedo lui davanti e lo sento tossicchiare per finta, e mi caccio di nuovo giù a ridere quasi con le lacrime agli occhi per cinque minuti. Questo fino alla fine dell’ora, quando possiamo uscire e ridere forte e di gusto per cinque minuti, scaricando la paurosa tensione accumulata.
Il fatto è che il fatto in sè, raccontato, non sembra così divertente. Anche visto in un film, mi avrebbe al massimo fatto sorridere… ma dal vivo è stato senza dubbio uno dei momenti più esilaranti della mia vita. Da star male!