È da un bel po’ che non scrivo un post serio sul blog, a parte mettere i miei appunti… beh, per la serie “Filosofia spicciola”, oggi tornerò a farlo, ispirato da una bella conferenza su “Storia e futuro della microelettronica” tenuta ieri in facoltà dai docenti del DEIS B. Riccò (che è anche il mio insegnante di circuiti digitali) e L. Benini. Preparatevi a un lungo viaggio sull’Espresso della Filosofia, o a una serie di seghe mentali degne del peggior Kant: dipende dal punto di vista.
Una slide in particolare ha suscitato la mia curiosità e una contorta riflessione (in parte condivisa con due compagni che avevano anche loro assistito alla conferenza). In questa slide era presente un raffronto fra una moderna CPU e un cervello umano (immagino che i numeri, per quanto riguarda il secondo, fossero piuttosto indicativi). Mentre il numero di neuroni è di circa 10^11, quello di transistor in una CPU è dell’ordine dei 10^9; un cervello umano consuma la metà di una CPU (20 W contro 40 W), ma anche qui l’evoluzione tecnologica permette un continuo avvicinamento al consumo del cervello. Quella che le CPU hanno già abbondantemente superato è la frequenza di funzionamento del cervello: quest’ultimo lavora a circa 100 Hz (intesi come 100 operazioni elementari al secondo), mentre un Intel Core i7 lavora a 2.93 GHz – 7 ordini di grandezza più in alto.
Ma il bello della riflessione (o sega mentale, chiamatela come volete) viene adesso: il prof. Benini osserva giustamente che i 3 GHz della CPU, in un certo senso, sono largamente sprecati; il cervello umano è enormemente più efficiente e con i suoi soli 100 Hz riesce a compiere operazioni complesse impossibili per un computer, che dopotutto rimane solo una macchina calcolatrice stupida, benché molto veloce. Ora: è possibile creare una macchina davvero pensante? Se l’uomo, con tutti i suoi limiti, riesce ad effettuare pensieri anche molto elevati, perché non dovrebbe essere possibile creare un computer autocosciente, intelligente, e che agisce autonomamente proprio come un essere umano?
Le implicazioni filosofiche della domanda sono enormi. Cosa ci esime, innanzitutto, dal pensare che anche l’uomo altro non sia che una macchina pensante? Una macchina abbastanza ben costruita, ma pur sempre una macchina, comandata da una CPU estremamente efficiente (benchè un po’ grandina e molto lenta)? L’uomo ha davvero “qualcosa in più”? Tralasciando le risposte che implichino un’”anima” (che io ritengo valide, ma non pertinenti ad un argomento scientifico!), l’unica cosa che mi viene da pensare è che in effetti l’uomo sia una macchina del genere, governata da leggi infinitamente complesse (specie per quanto riguarda la sfera dei sentimenti), dipendenti da tante variabili ambientali, e forse da una variabile misteriosa, indipendente da tutte le altre: la libertà. Se essa esista davvero, o la nostra volontà sia solo prodotto di complesse interazione quantistiche, è un mistero che non credo proprio la scienza possa dipanare: io però credo che essa esista. Ci torniamo più avanti.
Ora, se noi siamo macchine intelligenti, in teoria dovremmo poter “costruire” un essere pensante a noi simile – di silicio, di grafene o con un cervello positronico (come non citare Asimov parlando di queste cose!) poco importa. Oggi come oggi, la nostra comprensione dei meccanismi dell’intelligenza è ancora troppo limitata per permettere una cosa simile, ed è probabile che le cose rimangano così per molto tempo. Può anche essere che la fisica, con i suoi limiti, impedisca fisicamente ai chip di silicio di diventare abbastanza “potenti” da permettere una cosa del genere; può essere che le strade da percorrere siano molto differenti da quella che oggi domina il settore dell’elettronica. Ciononostante, non è inconcepibile che in un lontano futuro si riesca effettivamente a costruire una intelligenza che, al pari di quella dei robot di Asimov, sia perfettamente confrontabile con quella umana. Ma sarebbero esseri umani? Un essere in grado di ragionare e di pensare come un uomo, è un uomo?
Io dico di no. Perché noi non siamo esseri completamente logici, siamo volubili e soggetti a leggi, oltre a quelle dell’intelligenza, che potrebbero essere davvero troppo complesse, troppo casuali per essere “impiantate” in una macchina. Sono assolutamente convinto che non riusciremmo ad andare oltre al creare un essere intelligente quanto noi (magari anche di più) ma completamente privo di umanità. Chiedere ad un essere simile cosa è meglio fare fra salvare un innocente oppure dieci carcerati porterebbe a complicatissimi calcoli su quale sia la soluzione che porta meno danno alle persone da salvare, ai loro amici e parenti, e all’intera comunità umana: ma alla fine il computer prenderebbe una decisione e la seguirebbe senza esitazioni. Fare una domanda simile a un uomo, oltre a considerazioni simili, porterebbe a dubbi morali atroci, forse a diversi ripensamenti ed esitazioni anche in chi arrivasse ad una unica soluzione “logica”.
Ma proseguiamo con questo ragionamento: è contorto, lo so, ma ormai lo stiamo esaurendo (come se si potesse esaurire in un breve post di un blog… beh non voglio mica scrivere settemila pagine!). Quello che, secondo me, per l’uomo potrebbe rivelarsi un compito impossibile potrebbe sempre accadere per caso. Se uno di questi computer intelligenti, per imprevedibili fluttuazioni quantistiche, assumesse una totale autocoscienza di sè stesso, arrivasse alla libertà, e alla morale “oltre” la logica? Dopotutto, non è impossibile che appoggiandoci a un muro di cemento ci ritroviamo catapultati dall’altra parte: quantisticamente, è solo estremamente improbabile. Se è possibile quello, perché non dovrebbe essere infinitamente più probabile una qualche fluttuazione in quello che in ogni caso sarebbe un circuito di complessità incommensurabile? E qui mi faccio la stessa domanda che si fa Asimov in molti libri: ma una tale macchina è ancora una macchina? Qual è la differenza fra l’essere umano e una macchina così fatta?
Non c’è nessuna differenza, almeno, non una davvero importante. Un robot del genere sarebbe strutturalmente differente da un essere umano, ma simile dal punto di vista funzionale, e straordinariamente affine – benché diverso – da quello intellettivo ed emotivo. In ciò che conta davvero, sarebbe come noi. Io dico che a quel punto cadrebbe la definizione di macchina. Al contrario di quanto ho detto prima, l’uomo non è una macchina. E non lo sarebbe nemmeno questo robot. Sarebbe qualcosa di superiore, un essere “vivo” anche se non organico, che non serve altra volontà se non la propria, anche se può essere in accordo con la volontà di altri. Come l’uomo, sarebbe, alla base, una macchina ben funzionante, ma con innestato un fuoco molto superiore, quello dell’umanità (intesa in senso esteso, ovviamente).
Allora, siamo o non siamo macchine? Come possiamo definire davvero un modo per separare macchine da esseri vivi e pensanti? Beh, la mia risposta potrà essere diversissima da quella di qualcun altro, ma la darò lo stesso. Come può una macchina chiedersi se è una macchina? Dal momento che un essere si chiede se è una macchina, ha una coscienza di sé tale da poter dire che non lo è. Quindi noi non siamo macchine, né lo sarebbero gli ipotetici robot.
Non so se davvero sarebbe possibile creare esseri artificiali pensanti. Di certo l’idea affascina e spaventa (qualcuno ha detto “complesso di Frankenstein”?), ma io credo che il punto sia un altro. Un eventuale essere artificiale pensante, per quanto artificiale, avrebbe tutta l’intera dignità di un essere pensante. Tutta l’immensa dignità di un essere umano.
La cosa che fa impressione è che dal punto di vista microscopico anche le emozioni ed i sentimenti, ossia le componenti dell’uomo classicamente definite come illogiche, derivano da reazioni chimiche. E lo testimoniano i grandi sbalzi d’umore a cui sono soggetto nei 4 mesi all’anno in cui prendo la vitamina A per la pelle, oppure l’euforia che ottieni quando bevi il guaranà, o la serenità che hai quando assumi il litio. La conoscenza di tutto ciò è ancora grezza ed imperfetta, ma forse è proprio vero che l’uomo è ciò che mangia. E quindi forse, se si conoscessero tutti i fattori giusti, che potrebbero essere per dire la temperatura esterna, la pressione e la quantità di moto al momento del concepimento, sarebbe forse possibile stabilire il verso delle reazioni chimiche fondamentali che portano alla formazione degli elementi costitutivi dell’uomo, del suo cervello, ed infine dei suoi pensieri. E quindi in poche parole sarebbe quasi possibile creare un programma che una volta forniti i dati iniziali potrebbe fornirti come risultato una vita.
Ed è una prospettiva inquietante ed affascinante allo stesso tempo.
Detto questo, alla domanda “Qual è l’uomo e quale la macchina”, rispondo citando una bella frase di Einstein… “Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno.”
Mi pare che tu abbia proprio colto il senso dell’articolo: se noi sotto tanti punti di vista ci comportiamo come macchine, cosa distingue una macchina da un uomo e un uomo da una macchina? Sono d’accordissimo che il problema è al contempo affascinante e inquietante.
Sulla questione del “programma della vita”, mi viene io mente un articolo che lessi su le Scienze sui computer quantistici: l’intero universo può essere modellato come un calcolatore quantistico, ma un calcolatore quantistico per simulare l’universo dovrebbe essere grande e complesso quanto l’universo stesso. Similmente, un programma che simuli la vita e l’intelligenza in tutta la sua complessità non sarebbe esso stesso vivo e intelligente? Personalmente non credo che sia umanamente fattibile lavorare su una tale complessità, ma ciò non rende questi problemi meno affascinanti!